dal
Lido di Venezia Luigi Noera – Foto per gentile concessione della Biennale.Al
secondo giorno di proiezioni ecco ancora l’America che fa la parte della
protagonista e nella selezione VENEZIA
73 presenta Nocturnal Animals di Tom Ford con un thriller che si svolge su vari piani,
tanti quanti i

protagonisti. Il linguaggio è potente da mal di pancia e la
visione è sconsigliata ai deboli di cuore. Che ci sia già una ipoteca sul Leone
d’Oro? Di sicuro per la sceneggiatura nella quale il più attento cinefilo avrà
difficoltà a trovare seppure una piccola discrepanza. L’inicipit è un omaggio del
regista di felliniana memoria. Secondo
il regista Nocturnal Animals è un racconto che esorta a confrontarsi con le
scelte che facciamo nel corso della vita e sulle conseguenze delle nostre
decisioni. In una cultura sempre più “usa e getta”, dove tutto, incluse le
relazioni, può essere facilmente buttato via, questa storia parla di lealtà,
dedizione e amore. È una storia sul senso di isolamento che tutti proviamo, e
sull’importanza di dare valore ai rapporti personali che ci sostengono nella
vita.
Dall’America Latina una pellicola con un linguaggio
pasoliniano ridotto all’essenziale:
El Cristo ciego di Christopher Murray è la
storia del giovane Michael convinto di aver avuto una visione divina nel
deserto. Quando un suo amico d’infanzia subisce un incidente in un lontano
villaggio, Michael intraprende a piedi nudi un pellegrinaggio nel deserto con
l’intento di guarire l’amico mediante un miracolo. Partendo da questo spunto il
regista ci porta nel deserto del Cile settentrionale, area caratterizzata da
una forte religiosita` e da una drammatica realta` sociale. Sono a dire
dell’autore , due aspetti prodotti dall’arrivo di grandi compagnie che hanno
sfruttato iniquamente le risorse minerali esistenti, privando le comunita`
locali del diritto di vivere come meritano. Invece FUORI CONCORSO dopo la
Cerimonia di consegna del Premio PERSOL TRIBUTE TO VISIONARY TALENT AWARD 2016 a
Liev Schreiber nella Sala Grande la vera storia di Rocky : The Bleeder
di
Philippe Falardeau ovvero del pugile Chuck Wepner, venditore di alcolici del
New Jersey che resistette 15 round contro Muhammad Ali. Tolti alcuni fronzoli
melodrammatici tanto cari agli Studios
c’è un buon lavoro sulle scene sul ring. E sebbene il regista abbia
affermato che non è un film sul pugilato, per noi non solo lo è, ma anche è un
omaggio a quella Hollywood spettacolare e ad uno dei suoi protagonisti:
Silvester Stallone. Sempre dalla viva voce la consapevolezza che gli anni
settanta erano essi stessi uno dei protagonisti: la musica, il design, gli
abiti allora di moda. E quindi sotto questa aspetto racconta l’ascesa, la
caduta e la redenzione.Per la sezione ORIZZONTI due film così diversi
tra loro, da una parte il thriller spagnolo che prende a piene mani da
Tarantino. Stiamo parlando di Tarde para la ira di Raúl
Arévalo. Film di buon
fattura che a poco a poco snocciola le diverse verità offerte allo spettatore
lasciandogli la libertà sul futuro dei protagonisti per i quali sarà
difficile rimarginare le ferite delle vicissitudini della vita. Odio, rancore,
ira, rabbia repressa sono i sentimenti che hanno mosso la trama con una
violenza secca, cruda, dura, com’è nella vita vera tenendo costantemente alta
l’attenzione degli spettatori.Dall’altra parte Die Einsiedler di Ronny Trocker ambientato
sulle Alpi e sulla vita dura di quei luoghi dove vige una legge arcaica tipica
dei masi alpini. Il regista ci mostra la difficoltà di dialogo dei protagonisti
tra loro e con il mondo che li circonda. Come è solito per gli ai montagnosi
predomina il verde che vira al bianco e nero che come non mai è il palcoscenico
adatto alla incomunicabilità e ai silenzi.
Per la Settimana della Critica l’unico film italiano LE ULTIME COSE di
Irene Dionisio sul malessere della nostra società dove come non mai è mammona a
spingere le azioni dei personaggi. Tre storie che stancamente si intrecciano
tra loro, storie di
ultimi che vivono alla giornata. Forse l’autrice avrebbe
potuto concentrare la storia in un tempo minore, ma il sottrarre ad un opera è
stato sempre una azione dolorosa e comprendiamo la regista Irene Dionisio,
documentarista passata alla finzione. Infine vogliamo segnalare in ambito della
BIENNALE COLLEGE – CINEMA uno dei quattro film portati a compimento del regista
indiano Shubhashish Bhutiani che con Mukti Bhawan (Hotel Salvation) sulla
tradizione indiana di andare a morire nella città santa di Varanasi e terminare
così il ciclo delle rinascite, ottenendo la salvezza. Da una storia semplice la
descrizione degli
alberghi che prolificano nella Città Santa di Varanasi.
Il film è stato applaudito con una stand
ovation durata dieci minuti! Il commento a caldo del giovane regista: Il film
esplora l’idea di liberazione e di cosa questo significhi per le tre
generazioni di una famiglia, a cominciare dal patriarca. La cosa ironica poi è
che non è una storia sulla morte, ma sulla vita, e sui rapporti che ci rendono
ciò che siamo, in una città che a volte vede la morte come una parte del suo
tessuto e a volte come una celebrazione.
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